“SELFIE – Sentirsi nello sguardo dell’altro” di Giovanni Stanghellini

Rieccomi a parlarvi di un’altra lettura diversa dalle solite. In questo caso abbiamo a che fare con un trattato psicologico scritto dall’abile penna di Giovanni Stanghellini, psichiatra e psicoterapeuta nonché docente di Psicologia nell’Università di Chieti-Pescara.

Partiamo dalle basi.

DESCRIZIONE

Ogni giorno facciamo esperienza del nostro corpo in modi diversi. Possiamo “sentirlo” propriamente, senza alcuna mediazione: la carne è l’oggetto di questo sentire. Oppure lo “vediamo” dall’esterno, come quando guardiamo la nostra immagine riflessa allo specchio. L’equilibrio fra queste due modalità è la condizione ideale per sentire le nostre emozioni, che ci radicano in noi stessi e nel mondo. È così che si costituisce l’identità. Tuttavia, la nostra è un’epoca in cui il tempo vissuto diventa sempre più frammentato; il nostro universo somiglia sempre più a una sequenza sincopata di eventi isolati. Improvvisamente, spiega Giovanni Stanghellini, la vista è divenuta il senso che meglio degli altri si accorda alla frammentazione del mondo. Con la profondità dello sguardo clinico, Stanghellini esplora una nuova modalità di fare esperienza del corpo: siamo in grado di sentirlo solo quando è oggetto dello sguardo altrui. Il selfie è un sintomo eloquente del nostro tempo. E la sproporzione che il selfie mette in luce è la stessa dalla quale scaturiscono l’anoressia e i disturbi del comportamento alimentare. Sviluppare un rapporto diretto, singolare e necessariamente complesso con il nostro corpo, con la carne, è sempre più difficile. Una guida per riconoscere il rapporto mediato e posticcio con la nostra immagine e ritrovare l’esperienza dell’intimità con noi stessì.

PARLIAMONE INSIEME

Mi sono approcciata con molta curiosità alla lettura di questo testo, pur comprendendo sin da subito quanto fosse difficile da capire e interpretare laddove i termini utilizzati richiedevano una cultura che mio malgrado non possiedo, ma non ho comunque abbandonato l’opera cercando oltre modo di ricavarne quante più riflessioni possibili.

Secondo l’ autore ognuno di noi possiede due corpi. Uno è quello che sentiamo attraverso le emozioni e gli stimoli che provengono dall’esterno, la nostra “carne”, un altro è quello che noi vediamo quando ci guardiamo allo specchio oppure quando ci fanno una fotografia, cogliendone un’altra e diversa prospettiva con difetti e caratteristiche che ci distinguono gli uni dagli altri. Il combo di entrambi crea il nostro , ed è fondamentale, per poter vivere un’esistenza serena, che corpo e immagine siano in armonia. Esiste un’altra possibilità che ci permette di fare esperienza con il nostro corpo, ossia vederlo attraverso lo sguardo altrui.

“Ritrarsi li riguarda più che guardare ciò che è ritratto. Essere guardati li riguarda più che guardare. Essere immagine li riguarda più che immaginare.”

La fotografia tradizionale ha il potere di fissare quello che è fugace rendendolo immortale, ma quando questo sconfina nell’esagerazione, diventa una patologia. L’autore inizia così a studiare quello che in gergo comune viene denominato selfie, l’autoscatto realizzato con la fotocamera del cellulare, da solo in grado di scombinare un sistema interno fragile quando, attraverso il suo uso e abuso, il soggetto si crea un’identità sulla base dell’opinione pubblica. Perchè “Il selfie, per esserci, ha bisogno di essere visto, di essere pubblico.”

L’essere visti aumenta il sentire, l’autostima è così direttamente collegata al numero dei like ricevuti, il fuori che aiuta a migliorare il dentro. In realtà, attraverso il selfie, ci si guarda meno dentro per sperare di essere visti fuori. Il messaggio che si lancia quando si sorride alla fotocamera è univoco: «Eccomi, ci sono anch’io. Cosa ne pensi di me?»

“Video ergo sum”

Lo sguardo dell’altro è potente e pericoloso perché il giudizio altrui spesso diventa il nostro, anche quando è negativo e non combacia con la realtà.

Secondo la Repubblica vengono scattati almeno novantatré milioni di selfie il giorno, oltre mille il secondo. Va da sé che quest’opportunità diventa una vera dipendenza, una droga, sfociando nella psicopatologia nel momento in cui la struttura interna non è ben consolidata. Riconoscerne il gioco malefico aiuta a rientrare nella propria intimità, facendo pace con pregi e difetti che ci rendono unici. Umani.

Il libro, edito da Feltrinelli, lo trovate in ogni libreria fisica e virtuale.

Il testo della canzone “L’esercito del selfie” scritta da Takagi e Ketra e cantata da Arisa, rappresenta l’emblema di quanto il cellulare stia diventando un prolungamento del braccio, con la dipendenza che appartiene allo stesso arto. L’ uso smodato dello smartphone fa perdere di vista quelle che sono le cose importanti della vita, come il socializzare dal vivo. Il selfie diventa di nuovo la rincorsa al like, al mostrare un evento piuttosto che goderselo davvero. A perdersi il vivere a discapito dell’apparire.

Siamo l’esercito del selfie
Di chi si abbronza con l’iPhone
Ma non abbiamo più contatti
Soltanto like a un altro post
Ma tu mi manchi
Mi manchi
Mi manchi
Mi manchi in carne ed ossa
Mi manchi nella lista
Delle cose che non ho, che non ho, che non ho.


Quale rapporto avete con la fotocamera e con i social?

35 pensieri riguardo ““SELFIE – Sentirsi nello sguardo dell’altro” di Giovanni Stanghellini

  1. Io non sono sui social. Avevo fatto una prova anni fa ma mi annoiavano troppo e mi son cancellata da tutti. Non colleziono selfie e non mi piace questo tipo di foto. Mi fotografo ogni tanto quando cambio colore di capelli o montatura degli occhiali. Faccio foto nei viaggi ma non ho l’ossessione dei selfie. Li trovo noiosi anche questi.

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  2. molto interessanti le riflessioni di Stanghellini, anche se in realtà a ciò che ha scritto andrebbero abbinate alcune cose, come ad esempio che allo specchio ci vediamo al contrario.

    “Ritrarsi li riguarda più che guardare ciò che è ritratto. Essere guardati li riguarda più che guardare. Essere immagine li riguarda più che immaginare.” Alla base di tutto ci sono vanità, insicurezze e fragilità esistenziali.
    Esemplifico:
    1) posti un selfie su un social e ti arriva un: sei un cesso
    2) posti un selfie su un social e ti arriva: sei bellissima
    se nel primo caso ti mortifichi e nel secondo ti esalti, c’è qualcosa che non funziona.

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      1. l’immagine riflessa nello specchio è al contrario, se alzi il braccio destro risulta il sinistro. Questa è una cosa molto più complessa di quanto si pensi, studiata da psicologi da anni, non esistessero le fotocamere saremmo destinati a non vederci mai come siamo realmente, come ci vedono gli altri.

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